Il dottore mi riceve solo previo appuntamento. Di solito l’attesa è di circa una settimana. Valuto dunque la percezione del mio malessere, scorro gli impegni. Morirò prima?
Confermo la visita.
Si tratta di un evento del tutto straordinario, da affrontare con la massima preparazione. Non devo limitarmi a condividere il problema contingente, ma cercare di carpire quante più informazioni possibili su altri eventuali disturbi. Chissà quando ci rincontreremo, io e il dottore.
Il dottore capisce subito che appartengo alla categoria più meschina dei pazienti: gli ipocondriaci. Si tramuta in un babbo, mi rassicura. Fa qualche battutina birichina. “Ah, se avessi la metà degli anni”. Giusto per ricordarmi che un padre già ce l’ho. Mi sento perfettamente a mio agio. È uno di quegli uomini con la pancia e il sorriso belli larghi. Del tutto innocui. Vorrebbero, non possono, non fanno. Certo, pensano di avere un qualche ascendente su di me, così minuta, impaurita. Loro non sanno, neanche immaginano.
Torno a casa, sollevata. Mi spoglio prima di stendermi sul letto. Tiro fuori la coda, libero le zampe artigliate, srotolo la lingua biforcuta. Sono felice.
